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Breve storia dell'infinito 1

Seminario IDeAS: Video presentazione "La pigrizia come costante universale"

Nel mese di febbraio (giovedì 21 e sabato 23)  si è svolta, presso il nostro liceo, la quarta edizione dei seminari di divulgazione scientifica   IDeAS (Incontri di Divulgazione e Astrofisica in Sardegna).

Tra i partecipanti alle due giornate sono stati invitati tre nostri docenti: i proff Daniele De Murtas, Dario Cosseddu e Gianfranco Marini.

Riportiamo sotto i contenuti delle loro presentazioni

  1. La biblioteca di Babele (GF Marini)                                   ( Video-presentazione "La Biblioteca di Babele" )  
  2. Breve storia dell'infinito (D. Cosseddu)                            ( Video presentazione "La storia dell'infinito" ) 
  3. La pigrizia come costante universale (D. De Murtas)      ( Video presentazione "La pigrizia come costante universale")

 

dario citazione

 

“Molte sono le cose mirabili, ma nessuna è più mirabile dell’uomo”

È veramente mirabile l’uomo che scopre dentro di sé un concetto come quello di infinito, che a lui, finito e temporale, dovrebbe essere del tutto estraneo.

Eppure era necessaria una meravigliosa follia per pensare l’universo come infinito.

Tracce di quella follia meravigliosa ci sono anche nelle parole greche, che sono sempre doppie, e δεῖνος, ad esempio, significa meraviglioso ma anche terribile: come l’essenza della vita, anch’essa, come l’universo, meravigliosa e terribile.

Ci voleva una sublime, eroica follia, per abbattere i confini dell’universo descritto da Platone, Aristotele e dai greci.

Uno dunque è il cielo, il spacio immenso, il seno, il continente universale, l'eterea regione per la quale il tutto discorre e si muove. Ivi innumerabili stelle, astri, globi, soli e terre sensibilmente si veggono […]. L'universo immenso ed infinito è il composto che resulta da tal spacio e tanti compresi corpi

GiordanoBrunoCon queste parole Giordano Bruno affronta l’infinità dell’universo e il rapporto tra l’uno e i molti, dove l’uno è l’infinito e i molti sono le innumerabili cose finite che compongono l’universo.

Bruno, nel suo filosofico esaltante furore ci dice anche che noi uomini quando parliamo dell’universo come un qualcosa di finito, di limitato, ci comportiamo come chi, avendo una unica finestra, pensa che gli unici uccelli che esistono al mondo siano quelli che passano attraverso quella unica visuale. Esiste solo chi vola di fronte alla finestra che permette al mio sguardo di oltrepassare le mura.

Eppure l’uomo cerca di comprendere e racchiudere il molteplice nell’unità.

Un greco direbbe che questa è una attività meravigliosa e terribile. Ma del resto in greco le parole sono tutte doppie: farmaco vuol dire allo stesso tempo medicina e veleno e l’alpha è la prima lettera dell’alfabeto, quella da cui comincia il linguaggio, ma, quando diventa alpha privativa, serve a negare ogni parola.

Come nella scienza, anche nella vita è necessario un pizzico di follia:

Anche Jorge Luis Borges commette una serie di follie.Jorge Luis Borges

Dapprima si innamora, poi deve accettare che la sua amata Beatriz gli preferisca Carlos che, come nelle migliori tradizioni, è un idiota.

Quando Beatriz muore, l’amore di Borges sopravvive. Pur di inseguire il ricordo dell’amata continua a frequentare Carlos, che nel frattempo è divenuto un poeta, famoso per le poesie orrende ma cariche di dettagli, minuziose e preziosamente ricche, come se un imbecille come lui avesse una finestra con vista privilegiata sull’assoluto. Come se lui, scemo conclamato, potesse guardare dentro un punto nel quale si concentrano tutti i tempi e tutte le cose: una finestra con vista sull’universo infinito. La molteplicità nell’unità.

Un giorno Borges va da lui e lo trova disperato perché quella casa, il nido d’amore di Carlos e Beatriz, sta per essere demolita.

Ma subito Borges scopre che Carlos vuole impedire la distruzione dell’edificio perché nasconde un segreto.

Senza potere o volere sfuggire si trova sdraiato in un seminterrato: sente la voce di Carlos che gli dice di concentrarsi e guardare nel buio, perché a un certo momento, apparirà, meraviglioso e terribile, un aleph.

Solo quando sente una serratura scattare Borges realizza di essere da solo, immerso nel buio, completamente nelle mani di un pazzo.

E ugualmente pazzo doveva apparire chiunque violasse l’idea della finitezza dell’universo. Furono prima i pitagorici a dichiarare proibita l’idea dell’infinito, perché per loro In-finito era Non-finito, mancante di qualcosa. In-finito era Im-perfetto. L’assenza di un limite era la mancanza di qualcosa. Dunque una im-perfezione. L’in-finito era macchiato da una negazione: macchiato da una alpha privativa.

Gli stessi pitagorici che, puntando i loro calcoli sul cielo, avevano già ipotizzato con Aristarco di Samo l’eliocentrismo e con Ecfanto la rotazione della terra intorno al proprio asse, non riuscirono a concepire l’infinito. Segnati da quell’alpha privativa.

AlphaQuell’alpha che già nel suono richiama l’aleph. Anche se non esiste un aleph privativo.

Il concetto platonico di universo finito diventa un modello apparentemente insormontabile grazie ad Aristotele e poi a Tolomeo. Neppure Copernico prova a sfondare le mura dell’ultimo cielo.

Perché la scienza nascente sembra ancora prigioniera del vecchio mondo, come se fosse rinchiusa in una stanza buia, senza neppure una finestra dalla quale vedere il volo degli uccelli.

 

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