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Emilio Lussu: uomo, personaggio e scrittore

19/05/2010

 

Emilio Lussu fu uomo politico e scrittore di primo piano del ‘900. Proveniva da una famiglia benestante di Armungia che lo indirizzò verso forti ideali di uguaglianza, che sarebbero stati punti di riferimento fondamentali della sua vita. La sua percezione della città natia si avvicinava, per spirito e costruzione, a quelle dell’epica antica, diventando così culla di profondi valori, caratterizzanti il suo cammino letterario. Dopo essersi laureato in giurisprudenza nel 1914, decise di concretizzare la sua ideologia politica interventista decidendo di prendere parte direttamente alla Prima Guerra Mondiale, arruolandosi tra le fila della Brigata Sassari. Questa esperienza ispirò in Lussu il capolavoro per il quale è principalmente noto: “Un anno sull’ Altipiano”. Scritto nel 1937, si tratta di una importantissima memoria, di un prezioso documento sulla vita dei soldati italiani in trincea che descrive l’irrazionalità e il non-senso della guerra, della gerarchia e dell’esasperata disciplina militare. “Contro gli Alti Comandi nessun libro di guerra- scrive Mario Isnenghi- è così aspro e incalzante: l’artiglieria tira sulla fanteria; i capi uccidono. Fuggono. Si ubriacano, impazziscono, vengono uccisi; i reggimenti si ammutinano, gli ufficiali superiori ordinano esecuzioni e decimazioni, quelli subalterni insieme ai soldati le sabotano” (Paola De Gioannis, “Etica della pace in Emilio Lussu”).

In particolar modo, nel suo capolavoro, emergono le peculiarità della guerra, descritta sotto tutti i punti di vista, da quello dei soldati, a quello dei maggiori, a quello dei genitori dei soldati stessi. Non traspare esclusivamente la pura essenza del conflitto, ma affiora anche la condizione di un popolo e di un territorio da pochi anni proclamato nazione, che effettivamente nazione non è. Su questo punto Lussu mette l’accento, dando forma a un affresco rappresentante un’ Italia che vede nella guerra un ulteriore motivo di rafforzamento dell’unità nazionale: i vari soldati, provenienti da diverse zone dello "stivale", si uniscono in un solo corpo armato, mosso da un comune intento. La guerra non è solo eroico sacrificio per la patria, ma anche paura di morire e rassegnazione per l’ineluttabile destino, da un lato, e voglia di capovolgere le gerarchie per far sì che tutti siano uguali nel sacrificio per la patria, così come lo sono davanti alle armi dei nemici, dall’altro. In questo senso si sviluppa la profonda riflessione sull’uomo, nella sua essenza più pura, e sul valore della vita, che permea di straordinario significato due particolari punti del racconto. Il primo è la morte del tenente Avellini che per lo scrittore non era solo un collega, ma anche un amico, la cui scomparsa viene rappresentata molto dettagliatamente creando un’immagine assai dolorosa, di una fine sofferta e lenta, di un interminabile tormento corporale. Allo stesso modo colpisce la riflessione dell’autore–soldato nell’occasione in cui, se pur posizionato in un luogo favorevole, risparmia la vita a un nemico, pensando che questi fosse un uomo che si comportava come lui, che quell’uomo era solo, disarmato, e forse troppo codardo e riprovevole sarebbe stato ucciderlo in quel momento( “Fare la guerra è una cosa, uccidere un uomo è un’altra cosa”, afferma lo scrittore). Il significato della vita viene, quindi, fortemente valorizzato, all’interno di una guerra psicologicamente devastante al punto da portare alla pazzia. Per questo logorio continuo molti soldati ricorrevano sovente al fumo e, soprattutto, all’alcool, elementi costantemente presenti nelle minute descrizioni degli episodi bellici. L’intelligente scelta narrativa dell’ironia poi consente all’autore di sdrammatizzare e staccarsi da quello stato di continua tensione e oppressione che la guerra in trincea comporta. “Solo assumendo un atteggiamento di straniamento, un atteggiamento ironico appunto, era possibile cercare di sopravvivere, di mantenere un proprio pensiero ed un proprio raziocinio”(Fabio Todero, ”Un anno sull’altipiano tra letteratura e storia”). Quello ironico, ha scritto Gian Luigi Beccaria, è “un atteggiamento verso il mondo che può diventare uno stile di vita, un modo autocontrollato e lucido della ricerca della verità”. Fu proprio ciò che mosse Lussu a scrivere il suo testo: come da lui stesso affermato, mancando in Italia libri sulla guerra, non restava altro che cercare di ricostruire a beneficio di tutti, “quello che ho visto e che mi ha maggiormente colpito”, una rievocazione della guerra “così come noi l’abbiamo realmente vissuta, con le idee e i sentimenti di allora”.

La scelta del tono ironico è d’altronde il filo conduttore dell’intera produzione narrativa di Lussu. Ciò appare chiaramente anche nel secondo capolavoro, “Marcia su Roma e dintorni”, in cui si palesa il suo pensiero politico e la sua rigorosa mentalità di carattere interventista. La posizione antifascista portò lo scrittore sardo ad avvicinarsi all’ ideologia socialista; tuttavia, l’autore prese le distanze dai partiti socialisti tradizionali che vi erano in Europa, ritenendo necessaria la presenza di un partito socialista rinnovato e, nonostante che egli non si considerasse bolscevico, aveva dei tratti che ricordavano quello leninista. A questo proposito Lussu ammette perfino che la rivoluzione e la dittatura possano essere fasi transitorie nel raggiungimento di una democrazia, che deve però permettere la massima espressione di libertà: ”Se il socialismo dovesse realizzarsi senza la democrazia, noi rinunceremmo al socialismo”. Scritto nel 1931, in un momento in cui il fascismo era all’apice del consenso, “Marcia su Roma e dintorni” è una testimonianza diretta, amara e tagliente del decennio di ascesa della parabola fascista (1919-1929), con un occhio di riguardo alle vicende sarde. Attraverso ventidue capitoli dettagliatamente descritti l’autore, con il coraggio e la passione per la lotta in difesa dei valori della democrazia, raffigura in toni drammatici, alternati a sottile sarcasmo, un’ atmosfera densa di profondi significati. È un quadro che si anima di storie inquietanti e di personaggi dal profilo complesso. “Marcia su Roma e dintorni” rappresenta così anche l’aperta denuncia della fragilità dell’uomo di fronte al fascino del male.

Fondatore del Partito Sardo d’Azione nel 1919, Lussu fu deputato nel ‘21 e ’24 e partecipò alla secessione aventiniana. Nonostante una prima sottovalutazione del fenomeno fascista, la sua posizione fu in seguito tra le più radicali e nette. Fu più volte fisicamente colpito da diversi aggressori . Nel 1926, durante uno di questi attacchi, Lussu sparò ad uno degli assalitori che cercavano di introdursi nella sua casa di Cagliari; lo squadrista, Battista Porrà, morì in seguito alla ferita, e Lussu venne perciò arrestato e processato: fu condannato a 5 anni di confino a Lipari, da cui nel 1929 fuggì con Carlo Rosselli e Fausto Nitti, fondando a Parigi il movimento “Giustizia e Libertà”. Fu tra i dirigenti della Resistenza e, nel dopoguerra, senatore nelle prime tre legislature. Il suo fu un impegno politico assiduo e convinto per la realizzazione dei propri ideali e di un limpido programma. La sua azione diede nuovo significato e nuova linfa all’esperienza politica e alla coscienza critica individuale. La convinzione priva di presunzione, il rigore disgiunto dal fanatismo e la caparbietà, oltre a caratterizzare la sua personalità, furono per Lussu peculiarità necessarie per l’uomo politico.

Quella di Emilio Lussu è, quindi, una figura poliedrica, dalle mille sfaccettature, da considerarsi un grande esempio per la gioventù moderna, che tanto ha da apprendere dall’operato dell’intellettuale sardo, un operato diretto, concreto e creativo per la costruzione di un nuovo mondo, democraticamente inteso. “Scrivere di Lussu non è impresa facile. È difficile, quasi impossibile, addentarsi in qualche aspetto della sua straordinaria opera letteraria e politica che non sia stato esplorato e sezionato dai maggiori commentatori e ricercatori. La figura è talmente grande che la sua notorietà sovrasta non solo la regione d’origine e l’Italia, ma gli stessi confini europei”. (Tonino Mameli, ”Etica, educazione, politica in Emilio Lussu”).

 

 

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