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Il tramonto della poesia

19/05/2010

In una società dominata da computer, cellulari e televisioni, la poesia occupa un ruolo marginale. La stessa figura del poeta, all’interno di un mondo spinto da un continuo bisogno di produzione di beni materiali, di utilità concreta, è emarginata. Si dice di solito che un testo poetico è scritto senza alcun fine pratico immediato. La definizione è un po’ grossolana: svariati autori considerarono il poetare un’attività intellettuale attraverso cui produrre beni in cambio di una retribuzione certa. Forse oggi questo non è più possibile, poiché la poesia non è più considerabile una fonte di reddito, si limita a essere un diletto, apprezzato dal poeta stesso o da pochi intellettuali. Oggi essa è come il gioco o il sogno,che possono sembrare un’inutile perdita di tempo: eppure per tutti gli uomini, in modi diversi e in tutte le età della vita, giocare e sognare è necessario, anzi vitale. Non c’è poesia senza un lettore: il poeta affida agli altri la comprensione e l’interpretazione dei suoi versi, anche di ciò che egli non intendeva dire o non poteva sapere: è per questo in fondo che dovremmo leggere poesie di tanti anni fa, perché la nostra sensibilità di uomini moderni potrebbe trovarvi ancora parole che dicono qualcosa di interessante, bello, nuovo o nascosto nel segreto di noi stessi. La poesia cerca di esprimere e trasmettere emozioni, immagini, ricordi, sogni, addensandoli in poche righe, rendendo le parole cariche di significato. Ma quest’arte oggi ha perso tutto il suo valore. “La comunicazione di massa, la radio e soprattutto la televisione, hanno tentato, non senza successo, di annientare ogni possibilità di solitudine e di riflessione”. In questa citazione il ruolo della poesia e del poeta è messo in discussione dal grande Eugenio Montale nel discorso tenuto all’Accademia di Svezia nel 1975, ”E’ ancora possibile la poesia?”, quando gli fu assegnato il premio Nobel. L’artista capisce l’affievolirsi della passione per il genere poetico, avverte l’emarginazione da parte della società, si sente sempre più sovrastato dalle comunicazioni di massa e dai valori di cui si fanno testimoni. Pare ripetersi la stessa crisi che colpì la figura dell’intellettuale nel XVIII, XIX secolo, quando l’artista borghese era in contrasto con la sua classe di appartenenza, portavoce di principi razionali del tutto antitetici alla sregolatezza e alla passionalità del genio (celebri esempi di ciò sono “I dolori del giovane Werther”di Goethe e “Le ultime lettere di Jacopo Ortis”di Ugo Foscolo). Ciò si verificò anche nei primi anni del ‘900, in cui l’avvento del Futurismo mise in discussione la tradizionale figura del poeta serio e solenne che guida la società con i suoi messaggi. La poesia “Chi sono?”di Aldo Palazzeschi riflette la presa di coscienza della marginalità del ruolo dell’intellettuale, che si interroga ironicamente sulla sua identità e sul ruolo della poesia nella nuova realtà, investita dal vento della nascente industrializzazione e dalla forza corrosiva delle avanguardie. All’interno di una società in cui il gusto per l’effimero è a farla da padrone, la poesia, le idee e le passioni che porta con sé, perdono tutto il loro valore; essa è estranea ai più, ammaliati da falsi ideali, impermeabili ad alti principi e a profonde riflessioni. I mass-media, in particolare la televisione, conducono all’apatia: condizionano le menti, le prendono per mano, in un cammino a senso unico, verso il superficiale, raffreddano e inaridiscono i cuori. “La poesia è, ormai, un genere letterario sempre più specialistico che non interessa nessuno o quasi […]In passato, la poesia diventava popolare sulla spinta delle grandi idee, delle grandi emozioni,delle grandi cause[…]”(“Il declino del vate”di Sebastiano Vassalli,dal Corriere della Sera 12 gennaio 2003). Tra le più famose poesie che il passato ci ha offerto vi sono quelle concernenti la guerra, che trasmettono forti sensazioni,aventi una grande potenza espressiva (basti pensare a ”Mattina” di Giuseppe Ungaretti). Forse chi visse quei grandi avvenimenti, che rivoluzionarono il corso della storia, che della poesia faceva rifugio dai drammi e dai problemi della vita, è oggi tra i pochi in grado di capire realmente e di apprezzare l’arte poetica. Questi sono gli anziani che, ancora oggi, fanno della poesia occasione per alienare l’emarginazione dovuta a un progresso, sia tecnologico sia ideologico, sempre più accelerato e corrotto. “Rimane la gioia di vedere tanti vecchi rifugiarsi nella poesia, il linguaggio dei bambini. E la rabbia di saperli quasi costretti a scrivere, dal momento che il mondo non li ascolta più” (“I versi della nonna”di Massimo Gremellini,”La Stampa” del 20 novembre 2002). Al mondo degli anziani si contrappone quello delle nuove generazioni che, invece, sedotte dalle comunicazioni di massa e dai facili prototipi da essi proposti, non considera il mondo poetico, ne snobba il valore e lo ritiene passato. In prospettiva futura ciò è allarmante. Non è pensabile una vita senza poesia: sarebbe una vita priva di contenuti, scarna di valori, ridotta all’ossequio del falso. La poesia è fondamentale, ma l’idea che il suo valore possa prevalere su quello del denaro e della sete di facile successo, rimane al momento un’utopia. L’arte poetica ha perso la sua potenza; con difficoltà oggi l’artista può far prevalere la propria individualità sulla moltitudine stereotipata: egli è come una zattera travolta da una mareggiata.

Alessandro Carta VD