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Il ritratto ovale

19/05/2010

Edgar Allan Poe nacque a Boston il 19 Gennaio 1809; secondo figlio di una coppia di attori girovaghi, frequentò scuole private dal 1818 e in seguito si dedicò alla scrittura di versi satirici. Subito si manifestò in lui la passione per la scrittura perciò, fin da giovanissimo, pubblicò numerose opere.

Tra i Racconti di Poe assai interessante risulta "Il ritratto ovale".

Si racconta della figura di un uomo, di cui non viene precisata l’identità, che si rifugiò, insieme al suo domestico, in una stanza delle torri di un castello abbandonato, dalle ricche decorazioni: le pareti erano tappezzate e adorne di numerosi trofei e straordinaria era la varietà di pitture e quadri. L’ospite fu rapito dall’ammirazione degli innumerevoli quadri e tra questi, in particolare, un ritratto dalla cornice dorata e ovale colpì la sua attenzione: raffigurava una giovane donna ed era lavorato alla maniera "vignettistica".

Il quadro era di ottima finitura, ma l’eccezionale bellezza della fanciulla ritratta non poteva da sola giustificare la vitalità e l’energia suscitata in lui alla sua vista; cercò perciò di venire a capo di quelle sensazioni e, trovato un libro che narrava la storia di ciascuno di quei quadri, iniziò la sua ricerca.

Lesse della vita della donna che sposò l’autore del ritratto: lei devota, servile, umile e obbediente; lui appassionato al suo lavoro, d’animo trasognato, facilmente propenso a fantasticherie, poco attento ai problemi di salute della moglie. Quando le chiese di posare per ritrarla, nonostante la sua salute cagionevole, lei che tanto lo amava, accettò. Il luogo di lavoro era freddo e umido e così, proprio al termine dell’opera la donna, allo stremo delle forze, morì.

In questo breve racconto di Edgar Allan Poe, conclusosi in tragedia, troviamo una sorta di "storia nella storia". Inizia infatti con la figura dell’uomo e del suo domestico e si evolve con la storia dei due sposi; il narratore, che potrebbe sembrare il protagonista, in realtà è uno strumento utilizzato per raccontare la storia principale del racconto, ossia quella del ritratto ovale.

L’avvenimento ha una sua collocazione spaziale che contribuisce a creare una serie di suggestioni: il castello. Esso viene descritto come un luogo tetro e molto antico e le cui condizioni dimostrano il recente abbandono. Dettagliata è la descrizione della stanza e degli oggetti presenti: oltre i quadri, le imposte, il candelabro, le tende di velluto nero, il letto, il libro sul guanciale. Particolare è la reazione del narratore dinanzi al ritratto: egli lo contempla come se fosse dotato di forza magnetica da cui è imposibile sviare l’attenzione.

I personaggi principali della vicenda sono a questo punto il pittore e la moglie, caratterizzati entrambi dalla passione.

La donna ha come unica rivale l’arte: la tavolozza, i pennelli e tutti gli altri arnesi per la pittura la privano della presenza del suo amato. Emerge infatti il tema dell’amore: la donna che ama lui e lui che invece è solo dell’arte.

Del ritratto non viene descritto molto: le braccia, il seno e la capigliatura; eppure ciò che sorprende e turba maggiormente il narratore è il fatto che il quadro, pur ritraendo una donna prossima alla morte, assuma tuttavia una vibrante forma di vita.

Le parole pronunciate dal pittore a conclusione del ritratto: "Ma questa è la vita che ho creato!"assumono così una valenza enigmatica. A fine racconto, non si può fare a meno di riflettere per cercare quei percorsi di senso voluti o semplicemente evocati dall’autore, eppure presenti e in attesa di essere svelati.

Sabrina Rumiz 5°D