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Il futuro della democrazia

05/03/2007

Una sera di marzo del 1873 due anziani signori, oggi diremmo di mezz’età, di cinquantaquattro anni l’uno e sessantasei l’altro, si incontrano in una casa londinese e per tre ore conversano su argomenti di grande interesse per entrambi e di notevole attrazione anche per noi, oggi. 
I due protagonisti sono John Stuart Mill, esponente della tradizione liberale, convinto sostenitore della democrazia rappresentativa, e Karl Marx fondatore del materialismo storico e assertore della democrazia partecipativa. L’incontro che, in realtà, non avvenne mai, apre, nel prologo, il saggio di Paul Ginsborg La democrazia che non c’è edito da Einaudi. Attraverso un serrato confronto fra i due giganti dell’età vittoriana, Ginsborg esamina la natura, i limiti, le potenzialità delle democrazie avanzate e i pericoli che attraversano ai giorni nostri. 
In realtà, né Marx né Mill – dice Ginsborg – sono propriamente democratici, almeno secondo gli standard dei nostri giorni. Il modello di democrazia partecipativa cui si riferiva Marx, la Comune di Parigi, viene soppiantato, nell’esperienza del bolscevismo sovietico, dalla dittatura del proletariato e, nelle esperienze storiche più recenti, da stati autoritari a partito unico “governati in nome delle masse lavoratrici da oligarchi di partito privilegiati”. 
Sull’altro versante, nella storia degli stati liberali, i fattori di esclusione dal voto, il primato della democrazia formale su quella sostanziale, la separazione della società civile dallo stato, le evidenti disparità di ricchezze e di potere tra i singoli cittadini nelle moderne democrazie, fanno della democrazia rappresentativa liberale un modello superato, inadatto a raccogliere le sfide della modernità. E’ proprio nelle roccaforti delle democrazie liberali, che, nel decennio successivo alla caduta del muro di Berlino, la democrazia manifesta i segni di una crisi profonda: calo dell’affluenza alle urne, calo di tesseramento nei partiti, perdita di fiducia nelle istituzioni e nella classe politica, diffuso senso nell’opinione pubblica di aver scarso peso e incisività presso le istituzioni. 
Ma alla democrazia, sembra dirci Ginsborg, non c’è alternativa. La possibilità di rianimarla e ripopolarla non dipende certo dalla “sua esportazione forzata” o “ dall’assegnazione dei partiti a una sfera separata, abitata da professionisti…..protetta dal linguaggio tecnico e dalla prassi burocratica degli amministratoriimpermeabile alla generalità del pubblico”. E’ guardando a nuove forme di democrazia deliberativa che Ginsborg vede prospettive di rinnovamento. Non è sufficiente il bilanciamento dei poteri, o il controllo sui rappresentanti e sui partiti. Va ipotizzato un sistema ascendente di potere i cui cittadini siano effettivamente in grado di decidere, tramite le associazioni della società civile, e in grado di incidere sulla sfera pubblica resa in tal modo “vitale e creativa”. Tra gli esperimenti e i modelli di democrazia deliberativa che Ginsborg cita nel suo saggio, quello che assume valore paradigmatico per l’aspetto numerico della partecipazione, per il rigore e le ambizioni che lo contraddistinguono, è il modello di Porto Alegre in Brasile in cui democrazia rappresentativa e democrazia partecipativa sembrano fondersi. L’esperienza di Porto Alegre risponde, infatti, a due parametri che Ginsborg assume a misura dell’efficacia dei sistemi democratici. Il primo è “la capacità di creare cerchie sempre più ampie di cittadini critici, informati e partecipi che dialoghino con politici e amministratori”, il secondo, correlato al primo, “ è dato dalla misura in cui le prassi deliberative contribuiscono a mutare il comportamento stesso dei politici e l’idea che essi hanno delle loro prerogative e dei loro doveri”. E’  un percorso tutto in salita, irto di difficoltà e pericoli. 
Il libro si chiude con un finale a sorpresa che rivela il senso ironico e la fantasia immaginativa del suo autore.