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Vita di Ignacio che non fu mai né bianco né nero

28/03/2014

Vita di Ignacio che non fu mai né bianco né nero
Anno: 1614
Protagonista: Ignacio, pag.277*
Dida: Cotza Adriana, Sant’Avendrace


Alessandro Fresu, Mattia Ruggeri,
Marco Corrias, Davide Toti

*il numero della pagina fa riferimento all' appendice contenuta in Mischineddus.


Sono Ignacio Cotza e vengo da Quartu. Ho avuto una vita non tanto lunga ma piena di felicità ed emozioni. E questo grazie alle persone che mio hanno amato e in alcuni casi, mi hanno dato una possibilità. Non ho molto da dire; ma vi racconterò la storia di come un trovatello come me è cresciuto in una Sardegna fantastica. Inizierò da quando ho finalmente iniziato ad apprezzare la mia vita.
“Ignacio, Ignacio sveglia!”. Apro gli occhi e inizio a ricordare. Non sono più al Sant’Antonio da ormai una settimana. La mia madre adottiva, Marcella, mi sta chiamando per la colazione. Ancora assonnato, mi siedo a tavola, devo sbrigarmi che Padre Efisio mi aspetta. Mangio, mi vesto, un veloce saluto a Mamma, ed esco da casa, dirigendomi in chiesa. Eccola, la modesta Cappella di Quartu, padre Efisio mi sta già aspettando sull’uscio. Era una bella persona, padre Efisio. Sempre affabile, calmo e ben curato, era il genere d’uomo che era nato per essere prete. Nessuno in tutta Quartu conosceva qualcuno con principi morali più saldi dei suoi. Padre Efisio era come dire, il mio maestro. Appena Mamma mi aveva portato via dall’Ospedale, mi aveva subito portato in chiesa per presentarmi al curato. Egli mi aveva preso in simpatia sin dall’inizio, per la mia pelle, come diceva lui. Dovete sapere che io non sono proprio il tipico sardo. La mia pelle non è nera ma non è neanche bianca, Padre Efisio dice che sono un mulatto, frutto di chissà quale peccato commesso in questa aspra terra. Ma sto divagando, ci sono così tante cose che vorrei dire ma ho troppo poco tempo. Padre Efisio mi aveva insegnato di tutto, dalla cultura di base come leggere, scrivere e far di conto, alle cose più “terrene” come mungere una capra o mietere il grano. Era una figura paterna per me. L’unica in tutta la mia vita, visto che Mamma era già vedova prima che mi adottasse. Che sbadato, non ho detto niente di me: a quei tempi avevo solo cinque anni e questo potrebbe aiutarvi a capire molte cose.
Tornando a noi, un giorno, durante la lezione giornaliera con Padre Efisio, successe una cosa che mai mi era capitata. Un uomo, si fiondò nella chiesa e s’inginocchiò a terra, con il volto rigato dalle lacrime. Padre Efisio, piuttosto turbato, mi chiese di rinviare la lezione e mi disse di correre a casa. Io senza provare a dire niente me ne andai. Ma non tornai subito a casa. Decisi di bighellonare per un po’ in cerca di qualche bambino con cui giocare. Sfortunatamente li trovai. Appena mi avvicinai iniziarono tutti a urlare: “C’è un moro, attenzione al moro!”. Non ci volle molto prima che iniziassero a lanciarmi sassi per scacciarmi. Io mi allontanai subito, ma dopo pochi metri mi accorsi di essere seguito da un gruppetto di bambini che mi chiesero come stessi.
Quelli divennero i miei più grandi amici, quelli con cui condivisi le più belle esperienze della mia vita.
Mi ricordo quella volta quando io e i miei amici decidemmo di non andare alle lezioni di Padre Efisio per recarci a Serdiana, poiché un mio amico, orfano come me, era sicuro del fatto che i suoi genitori si trovassero lì. Uscimmo all’alba, saranno state le sei del mattino, le foglie erano ancora bagnate dall’umidità della notte, il suolo era freddo ma piacevole da calpestare, e così ci dirigemmo incoscientemente verso Serdiana. Avevamo dodici anni, conoscevamo poco la geografia di quella zona, e il cammino da fare, tra pianure e colline, così decidemmo di chiedere informazioni a un passante che ci indicò un paese verso il quale ci incamminammo. Si trattava di Serdiana. Io, Michael, Giovanni, Antonio e Francesco incominciammo a correre sul sentiero ripido di quella campagna: ogni tanto entrava qualche pietra nelle scarpe ma non ci importava. A un certo punto Antonio urlò “Ajò, dai che ci siamo quasi!” e tutti incominciammo a ridere dalla felicità, con quella spensieratezza che si ha solo poche volte nella vita.
La corsa però durò poco, il sole ormai era alto e si era fatto mezzogiorno, eravamo tutti stanchi, così decidemmo di fare una piccola sosta lungo un fiume che scorreva lì vicino. Fortunatamente c’era, lì accanto, un albero di mele. Mentre Francesco e Michael si arrampicavano sull’albero, Giovanni ed io ci coricammo sull’erba, al riparo dal sole, e cominciammo a parlare. E gli chiesi: “Come mai pensi che i tuoi genitori siano qui a Serdiana?” La domanda sembrava averlo scosso ma rispose: “ Quando sono nato e i miei mi portarono a Quartu, portavo al collo un ciondolo in rame con una rozza incisione a forma di “S”, quando imparai l’alfabeto conobbi il suo significato. Era solo una lettera, ma Suor Giulia, una delle suore del Sant’Antonio, mi disse che le collane di quel genere sono tipiche a Serdiana come portafortuna.” In poche parole non era neanche sicuro se avrebbe mai incontrato i suoi genitori, ma la bravata ormai era fatta, tanto valeva concluderla.
Finalmente arrivammo a Serdiana, ben nascosta fra le colline. Ci saranno state duecento persone in totale. Le case erano rade ma molto grandi, ognuna con il suo piccolo terreno e il bestiame. Così ci avvicinammo a un signore con la barba folta e la corporatura tarchiata per chiedere informazioni. Fu Giovanni a parlare: “Mi scusi, sa per caso chi ha fatto quest’oggetto?”. Lo sguardo del signore si accese all’improvviso e lo stesso quello di Giovanni. C’era qualcosa in comune. Il signore si voltò ed urlò. “Palmira! Vieni qui!” E comparve subito una signora sulla quarantina con un velo che gli copriva i capelli. La signora vide la collana in rame e subito si mise a piangere. “Giovanni! Giovanni! Sei tu?”. Seguì un momento veramente commovente.
La famiglia, con molta gentilezza, ci offrì il pranzo e poi fummo costretti a ripartire, Giovanni decise di rimanere con i suoi genitori, e nessuno di noi lo rivide più, ma qualcuno mi disse che aveva aperto una macelleria di gran successo.
Mi ricordo ancora bene di quei giorni con i miei amici, sinceramente è già da un po’ di tempo che non li sento più. Questi ricordi mi strappano dalla solitudine nella quale mi trovo ora, in questo immenso manto azzurro che mi insegnarono a chiamare mare."
La porta della mia cabina sbatté così forte che le sue fragili pareti ormai antiche e impolverate quasi cedettero al colpo. “Cosa fai ancora in questa cabina mozzo! Non é per scrivere pagine su quel tuo stupido libro che ti pago!” Era il capitano. "Accidenti!", pensai, allora subito mi alzai, misi le scarpe ormai logore e consumate e mi diressi a testa bassa verso di lui e mentre mi avvicinavo mormorai: “Mi…, mi scusi, signor capitano, non mi ero reso conto dell’ora”, allora lui con tono autorevole mi disse: “Per questa volta passi ma ora muoviti!”. Senza troppi indugi presi a correre verso il ponte della nave tanto che sull’uscio della mia cabina caddi facendo ridere di gusto quel sadico del capitano.
Una volta uscito sul ponte, notai per la prima volta quanto gli altri uomini della nave mi odiassero, penso che fosse così per via del colore della mia pelle. Quando m’imbarcai, avevo appena vent’anni e tutti mi chiamavano "Pitticcu nieddu", tutti, tranne un uomo sulla trentina che in seguito si rivelò il mio “protettore” . Il suo nome era Archimede.
Un giorno mentre facevo il mio solito lavoro di mozzo, ovvero pulire il ponte della nave, altri due marinai mi si avvicinarono e cominciarono a darmi fastidio, mi affibbiavano nomignoli riguardanti il colore della mia pelle. Non m’importava più di tanto però quando gli insulti cominciarono a divenire pesanti, non ce la feci più e tirai al più piccolo un pugno in faccia; subito scoppiò una rissa. A quel punto Archimede che era un uomo ben piazzato mi si avvicinò e iniziò ad aiutarmi. I due marinai, ormai conciati malissimo a causa della forza erculea di Archimede, mentirono dicendo che io e il mio amico li avevamo attaccati, il capitano urlò: “Ora mi hai veramente stancato, ragazzo, tu al prossimo porto scenderai e tu...” rivolgendosi al mio amico “tu andrai con lui!”. Detto questo si ritirò nuovamente al di sotto del ponte mentre gli altri due marinai gemevano per i colpi ricevuti.
Il primo porto in cui approdammo era in Algeria, ad Anaba, la città commerciale più importante. Non so perché ma il mio amico era un po’ titubante nel mettere piede in quella città invece io ero molto contento di tornare sulla terraferma.
Decidemmo allora di allontanarci dalla nave, ma ad un tratto qualcuno alle nostre spalle si avvicinò gesticolando, parlava arabo ed io lo capivo un pochino, grazie alle giornate trascorse nel porto di Cagliari, quando da bambino mi offrivo di portare la merce scaricata dalle navi nei vari mercati pur di guadagnarmi qualcosa. Nel porto si sentivano parlare tante lingue diverse, tra cui anche l’arabo, che per me era diventato nella sua musicalità assai familiare.
Lo sconosciuto ci disse che era lì al porto per acquistare le merci portate dalle navi, che a sua volta vendeva nel suo grande bazar. Ci disse che aveva visto la scena del nostro sbarco da quella nave, da cui eravamo stati cacciati in malo modo dal capitano, per cui si offrì di aiutarci.
Mi chiese infatti se avevamo un posto in cui andare, ma io risposi: “Purtroppo no signore, sa dirci però dove potremmo andare?”. Allora l’arabo mi disse: “Voi non andate da nessuna parte, io vi ospiterò finché non trovate alloggio”. Io fui molto entusiasta della sua proposta e subito risposi: “Ma perché fate questo, buon uomo?”. Allora egli mi rispose che era giusto così. Io ringraziai e insieme ad Archimede lo seguimmo lungo le stradine della città. Mentre lo seguivamo lo osservai meglio. Era un uomo piccolo, di bassa statura, aveva una lunga veste che gli arrivava fino alle caviglie, in testa aveva una specie di turbante, ai piedi un paio di sandali, aveva una lunga barba come quel profeta che veniva rappresentato in un libro che i musulmani chiamavano Corano. Mentre cercavo di osservarlo meglio una voce interruppe i miei pensieri facendomi voltare di scatto, era Archimede, che mi disse: “Allora, dove hai imparato l’arabo?”. Ero così sorpreso nel sentire la sua voce che non udii la domanda che mi aveva posto. Allora gli chiesi: “Puoi ripetere per favore?”, quasi spazientito ripeté: “Dove hai imparato l’arabo?”, io risposi che lo avevo sentito dai mori che vivevano nella mia città natale e che pian piano cominciai a parlarlo anche io.
Quando arrivammo a casa venimmo accolti da una ragazza che aveva più o meno la mia età, i suoi lineamenti erano delicati e la cosa che mi attirava di più erano i suoi occhi quasi a mandorla, i capelli erano neri, la sua bocca si apriva in un dolcissimo sorriso che mostrava denti bianchissimi, i quali riflettevano la luce del sole ormai al tramonto sulla cittadina. Il padre della ragazza mi presentò sua figlia, mi disse che si chiamava Farah e che il suo nome significa felicità, a dirla tutta quella ragazza fin dal suo primo apparire mi trasmise tanta gioia e allegria, perciò mi presentai e Archimede fece lo stesso.
Subito dopo seguimmo padre e figlia per un piccolo giardino che precedeva l’ingresso vero e proprio della casa, tutto il percorso era costellato da piccoli orti che emanavano odore di verdura fresca e di terra appena smossa, dentro la casa c’era un odore di qualcosa di caldo e una voce squillante, quella della madre di Farah, ci invitò ad avvicinarci alla tavola e dopo le presentazioni, ci fiondammo su quel pasto caldo. In seguito i padroni di casa ci mostrarono dove avremmo potuto riposare quella notte. Archimede andò subito a dormire perché la rissa sulla nave lo aveva sfiancato talmente tanto che appena si coricò si addormentò subito.
Io, invece, non avevo sonno e così decisi di andare all’aperto per guardare il cielo e riflettere su cosa stesse succedendo, pensai anche alla mia Isola così lontana… All’improvviso sentii una voce dietro di me e mi girai di scatto, era Farah, che mi sorrideva e mi chiese se mi andasse di raccontarle la mia storia; ero entusiasta di avere qualcuno a cui narrare il mio passato e condividere le mie ansie e preoccupazioni, presi così a raccontare… Finito il racconto Farah mi disse: ”Sino ad ora la tua vita è stata dura e di certo non ti sei annoiato!”, detto questo mi diede la buonanotte e andò a dormire anche lei, prima però inaspettatamente mi diede un bacio sulla guancia. Infine decisi di andare a dormire pure io ma non presi subito sonno, pensavo sempre a quel bacio a sorpresa che mi aveva rifilato Farah.
Dal giorno dopo decisi che mi sarei reso utile per la famiglia che ci aveva ospitati, quindi, mentre Archimede aiutava Karim nel bazar, questo era il nome del padre di Farah, io mi dedicavo alle faccende domestiche e intanto pensavo a Farah.
Gli anni passavano, io e Farah naturalmente ci fidanzammo ed eravamo ormai prossimi al matrimonio, Karim era molto contento ed era pronto ad organizzare una grande festa. Purtroppo, prima di questo evento, successe una cosa molto triste, Archimede si era ammalato e non c’era stato modo di curarlo.
Il resto non ve lo racconto perché da quei giorni la mia vita è diventata felice e prospera, mi sono arricchito commerciando in Algeria.
Numerosi anni sono passati da quei tempi. E ora eccomi qui, avvizzito e senza forze, un uomo che ha vissuto tante peripezie e tante emozioni, eccomi qui mentre scrivo le mie memorie e il mio testamento, sento che la luce si sta spegnendo, la malattia avanza sul mio fisico non più giovane, sento che le forze mi abbandonano, mi accorgo anche che nei volti dei miei parenti, tutti di fronte al mio capezzale, ansiosi di vedere scritte le ultime parole sulla mia eredità, sta venendo meno la speranza di vedermi ancora in vita.
Intanto io sono a metà strada tra il mondo dei vivi e quello dei morti, mentre sto cercando di scrivere le mie ultime volontà, vedo i volti ansiosi e interrogativi dei miei parenti, vedo i volti dei miei cari amici della mia lontana e amata Isola: Michael, Giovanni, Antonio e Francesco, ma soprattutto vedo quel volto, quel dolce sorriso, che mi accolse in terra straniera che non ho più lasciato e che ha trasformato per sempre la mia vita.
Sto per finire di scrivere il mio testamento, sento che la mia ora sta arrivando, voglio soltanto scrivere queste ultime due righe per, per…