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Victoria

28/03/2014
Victoria
Anno: 1606/1607
Protagonisti: Victoria, pag. 256*; Françisch Antonio, pag. 258
Dida: Murgia Sisinna, Villanova

Alice Cocco, Elisa Farris,
Roberto Cannata

 *il numero delle pagine fa riferimento all' appendice contenuta in Mischineddus.
 
Non è ancora il mio momento. Devono accadere tante cose prima che Victoria prenda vita. Lasciate che i fatti vengano da sé, senza aver fretta di venirne a conoscenza...
 
 
Tutto ebbe inizio una fredda sera d’inverno, in una di quelle piazze che oggi sono piene di vita, dove i giovani si riuniscono come facevamo noi, con la stessa spensieratezza di un tempo. Nonostante gli anni siano trascorsi veloci e impetuosi così come un torrente che scende dalle montagne, quell’atmosfera rimane tuttora immutata, differenziandosi solo per la complessità degli edifici moderni. Ma torniamo a noi, a quella sera di fine Febbraio o inizio Marzo (la data è incerta), a ciò che successe quel giorno alla bella Sisinna Murgia, e a lui, Juan Nicolau Mameli. Stavano tutti in piazza a festeggiare in occasione della Pariglia, la tradizionale festa sarda in cui i cavallerizzi si esibiscono cavalcando << alla berbera>> affiancati in due, in tre o in cinque, ed eseguendo acrobazie sincrone. Ovviamente a quei tempi era uso degli uomini partecipare a questi giochi e le donne si occupavano di preparare loro i vestiti per la festa, durante la quale, però, restavano ad osservare. Anch’esse portavano comunque i tradizionali abiti sardi, che si diversificavano per il loro colore a seconda della zona di provenienza, e che, arricchiti con ori, argenti, coralli e altri monili, si abbinavano ai panni e ai veli ricamati disposti sulla nuca. Il tutto dava l’idea di un monumentale e maestoso matrimonio e pareva che l’intera città di Cagliari si fosse riunita nei festeggiamenti. A questi parteciparono, come dicevamo prima, la nostra Sisinna e Juan Nicolau, che in qualche modo sono legati a me.
Costoro, come dicevo, si incontrarono per caso in quella sera di festeggiamenti; lui ventiquattrenne di origine spagnola, e lei poco più che diciottenne sarda, ebbero quella che fu come dite voi oggi “una notte di passione”, che si concluse con un imprevisto: me. Era la fine dell’anno 1605, o l’inizio del 1606 quando vidi la luce: mi sentivo come all’interno di una bolla, e percepivo i suoni esterni come fossero ovattati; era come un lento cadere conclusosi nel momento in cui due mani ossute e gelide mi presero. Poi mi sollevarono per un istante come per controllare qualcosa... 
- Esti una piciocchedda - disse una voce femminile che solo più tardi considerai come familiare.
- ...Victoria... - disse un’altra voce dopo un lungo sospiro.
Fu quello il momento in cui iniziai a vedere con più nitidezza ciò che mi circondava: la stanza era cupa e spoglia, senza arredi e con una sola finestra che dava sulla strada; l’unico lusso erano una vecchia poltrona sfondata e ingiallita dal tempo e il materasso su cui era adagiata una delle due donne.
Di quella donna ricordo soltanto il viso stremato contrastato dal suo sguardo vivido, da quegli occhi che mi catturarono dal primo istante in cui li incrociai. Poi ancora quelle mani mi avvolsero in un panno dall’odore pungente e mostratami un’ultima volta alla donna dallo sguardo intenso, mi strinsero in quello che sarebbe stato l’ultimo abbraccio.
Varcata la soglia di quel cupo edificio, fummo circondate da un freddo tagliente che mi penetrò sin dentro l’anima, più che per il freddo in sé, per la sensazione di abbandono che stava crescendo in me.
Percorremmo in salita una strada ciottolata che portava al Sant’Antonio, ospedale conosciuto per la sua ruota, dove i mischineddus come me venivano abbandonati dai genitori con la speranza di poter offrir loro un futuro migliore. Arrivate all’ospedale, la donna esitò a lasciarmi lì sulla ruota, così, afferrando un battente, bussò sulla porta; subito arrivò un frate dalla grande stazza che si rivolse a colei che mi teneva in braccio:
- Cathelina! Ditemi, che fate qui? E cosa tenete tra le braccia?
- Oh, sapeste Fra Spiritu! Sono qui per chiedervi aiuto… Stamane la mia amica Sisinna partorì questa creatura, esti una piciocchedda; alla madre dirò che è morta subito dopo il parto… Non voglio che soffra, povera donna... Non possiamo tenerla, Lei conosce la nostra precaria condizione... sarebbe insostenibile per la bimba.
- E come volete che vi aiuti?
- Vorrei che prendeste la bambina come una delle vostre orfanelle, e che la facciate crescere al fianco di qualcuno che se ne prenda cura come fosse sua figlia... fatelo per Sisinna.
- D’accordo. La bambina ha già un nome?
- Si chiama Victoria, lo ha scelto la madre.

Dopo ciò sentii che le mani ossute di Cathelina mi cedevano a quelle più robuste di Fra’ Spiritu, e quella fu l’ultima volta che le sentii.
Intanto il tempo al Sant’Antonio trascorreva tra i pianti dei miei coetanei e le premure delle dide che si affrettavano ad allattarli, tra cui vi era anche la mia dida, Prama Lecca, che mi accudì come fossi sua figlia. Arrivò poi il momento in cui Prama dovette allontanarsi dall’ospedale, a quanto capii non aveva più latte, e a sostituirla arrivò una certa Sisinna, in cerca di un’occupazione per mantenersi. Il nome non mi era nuovo, ma non la riconobbi finché non la vidi: quello sguardo intenso e quegli occhi profondi erano indimenticabili, ma come farmi riconoscere da lei? Non avevamo niente in comune, o almeno così credevo, sinché Fra Spiritu non mi affidò a lei. Lui sapeva.
Sisinna era la madre che avevo sempre desiderato in quel poco tempo che avevo vissuto: una donna molto premurosa, che faceva tutto il possibile per vedermi felice e per unire quel legame come fosse di sangue. Lei non sospettò nulla, nemmeno il nome le dava la speranza che io fossi ancora viva: per lei ero morta dopo il parto, così come le aveva detto Cathelina. Invece, dopo alcune settimane, mentre mi sostituiva i panni sporchi con quelli puliti, notò un qualcosa che le parve familiare; era una voglia sulla mia schiena che aveva già visto, non sul mio corpo, ma sul suo. Questo la fece riflettere sia riguardo al nome che ora associava alla voglia, sia all’insistenza di Fra’ Spiritu nel volerle affidare proprio me. La gioia fu immensa e da quel momento divenimmo più legate che mai, tanto che Sisinna mi riconobbe come sua figlia legittima, e non come una bordeta affidatale dall’ospedale.
Presto ci raggiunse anche Françisch Antonio, altro figlio della ruota, che rimase con noi poco meno di un anno, in quanto mamma Sisinna lo maltrattava a causa del suo carattere vivace e aggressivo anche nei miei confronti. Non perché fosse cattivo, ma si sa come sono iperattivi i bambini, e alla mamma Sisinna questo non andava tanto a genio.
Io avevo solo due anni ma di lui rammento ogni cosa: i suoi occhi grigi ricordavano il ghiaccio, e i capelli invece erano scuri e mossi come il mare. Anche se ebbi poco tempo per conoscerlo, non l’ho mai dimenticato, tanto che vedendolo diversi anni dopo l’avrei riconosciuto ugualmente, e da lì avrei capito che sarebbe divenuto l’uomo della mia vita.
Intanto io crescevo al fianco di mia madre e degli altri chicos, che ormai erano diventati la mia famiglia. Tutti, sia all’ospedale che in strada, quando mi incrociavano si fermavano a guardarmi. Non sapevo darmi una spiegazione a ciò, ma quando ne parlai con mia madre mi disse che non c’era da stupirsi:
- Hai mai immaginato come appari agli occhi degli altri?
- Ho sempre pensato di non essere particolarmente affascinante... e quando mi guardano per strada è come se mi dessero conferma di ciò... non è così, madre?
- Giudica tu stessa - E con queste parole mi porse uno specchio che rifletteva l’immagine di una ragazza molto bella, con la carnagione candida e dal viso slanciato incorniciato dai capelli ramati che ricordavano i riflessi del sole sul mare al tramonto. Gli occhi erano verde smeraldo, con lunghe ciglia folte e incurvate che definivano uno sguardo catturante; le labbra non troppo carnose erano vermiglie; il naso un po’ all’insù, insieme a tutto il resto, rendeva l’immagine splendida.
- Sii orgogliosa del tuo aspetto, Victoria. Mi ripeté.
Da quel giorno iniziai a stimarmi di più, senza scappare davanti agli occhi degli altri.
Qualche tempo dopo mi misi al servizio di una benefattrice del Sant’Antonio, che mi ripagava dandomi un minimo d’istruzione nel caso in cui un giorno avessi trovato impiego. Era una donna in età già avanzata, ricca sia culturalmente che economicamente, che aiutava il prossimo come poteva. Un giorno, mentre mi dirigevo al mercato per svolgere le commissioni assegnatemi da Anna Maria (questo era il nome della benefattrice), feci un incontro alquanto insolito: era un giovine dal bell’aspetto, che portava una camicia bianca da marinaio, pantaloni larghi che si restringevano sul ginocchio e un copricapo tenuto in mano, entrambi marroni. Mi si avvicinò per chiedermi informazioni su quale fosse la strada da prendere per raggiungere il Sant’Antonio, e quando lo osservai più attentamente, vidi in lui qualcosa di familiare. Quegli occhi grigi non li potrò mai dimenticare!
Erano passati quindici anni, ma riconobbi che era proprio lui. Il mio Françisch. Quando mi rivolse la parola i suoi occhi si illuminarono: improvvisamente smise di parlare e la prima cosa che fece fu quella di abbracciarmi; con quell’abbraccio sembrava volesse farsi perdonare per tutti gli anni che era stato lontano, senza esser potuto tornare prima per portarmi via con sé. C’erano molte cose che avrei voluto dirgli, eppure le parole mi mancarono, presa in quel momento da tanto stupore. Non pensavo che sarebbe mai ritornato qui in città, e invece poi mi raccontò che aveva lavorato qualche anno al servizio di un ricco mercante, ma quando gli affari erano precipitati, aveva deciso di tornare a casa, a Casteddu, spinto dal desiderio di metter su famiglia. A tal proposito, dopo esserci frequentati per un lungo periodo, ci fu un’inaspettata proposta. In occasione della festa della Pariglia, Françisch mi portò nella zona più alta di Cagliari, da cui si contemplava un bellissimo panorama, e qui, con lo sfondo del mare e il cielo tinteggiato con i colori del tramonto, mi chiese di sposarlo.
In pochi anni mettemmo su una famiglia con otto bocche da sfamare sostenuta solo dai lavori saltuari di Françisch come muratore. Così Françisch dovette rivolgersi a don Lusifero, un signorotto residente nel quartiere della Marina, proprietario di alcune imbarcazioni utilizzate per la pesca. Questo impiego permetteva alla nostra famiglia di condurre una vita serena, ma Françisch dovette lavorare duramente per ottenere la paga giornaliera.
Ma il destino beffardo è sempre in agguato e così un giorno accadde l’inaspettato. Nonostante ci fossero state tutte le avvisaglie di una brutta tempesta in mare, don Lusifero, quel giorno, l’11 aprile 1632, costrinse tutti i garzoni alle sue dipendenze a uscire ugualmente a pescare. Beh, sappiate che da quel giorno io non rividi più il mio amato Françisch, se non altro non sotto l’aspetto con cui l’avevo lasciato una settimana prima, perché il mare, se lo era portato via insieme a tutti gli altri compagni. Così mi aveva riferito Thomas, ragazzetto addetto allo smistamento dei pesci che era venuto da me il giorno della disgrazia.
Successivamente, il 18 aprile dello stesso anno, si presentò alla porta di casa un uomo emaciato con gli abiti strappati, a piedi nudi, portante una piccola anfora di terracotta: era talmente stravolto e conciato male che mi astenni dal guardarlo e dall’ascoltarlo, ma lo feci comunque entrare per pietà. Gli diedi una ciotola contenente del brodo di carne avanzato dalla sera precedente; dopo ciò, immaginando che mio marito non sarebbe più tornato, gli diedi i suoi vestiti, così da potersi riassettare, e “rimesso a nuovo” lo guardai negli occhi. Fu allora che lo riconobbi: era il mio Françisch!
Mi raccontò che, sulla via del ritorno, la tempesta aumentò e un maroso più forte degli altri capovolse la sua imbarcazione al largo della costa di Giorgino. Tutti annasparono nel mare nero, ma le forze vennero presto a mancare e Françisch venne trasportato dalle acque sulle coste di Nora; lì si rifugiò in un anfratto dove sopravvisse cibandosi di quel che la terra gli offriva: bacche, radici, talvolta insetti.
Dopo sei giorni trascorsi nell’anfratto, una piccola imbarcazione che trasportava alcuni carichi di merci approdò per una sosta sulla costa di Nora, prima di ripartire per Casteddu, così Françisch chiese che gli dessero un passaggio.
Le coste di Nora avevano salvato la vita al mio amato Françisch, poiché lì trovò anche una piccola anfora, quella con cui si era presentato a casa, che conteneva diverse monete d’oro di origine fenicia.
La sorte per fortuna ha voluto che tutto si concludesse per il meglio e che noi ci ricongiungessimo ancora una volta per sempre, più legati che mai e consapevoli di possedere una fortuna, che investimmo successivamente per gli studi all’estero della nostra primogenita, Esperanza Cathelina: il nome era un tributo alla cara amica di mia madre, che ebbe la forza di separarci con la “esperanza” di dare un futuro migliore ad entrambe.
Sebbene la vita di Victoria sia stata movimentata, le ha riservato sempre grandi sorprese, tra cui il ritrovamento dei suoi cari ed il loro amore. Victoria morì nel 1667, circondata dalla sua famiglia che nel mentre si era ingrandita. Questo spirito la ringrazia infinitamente per tutte le emozioni che tramite lei ha potuto provare, poiché tra tutte le sue vite, nessuna gliene ha fatto vivere di migliori.