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Il suicidio di Esenin e le confessioni di un malandrino

21/02/2012



Sergej Aleksandrovič Esenin, in russo, Сергей Александрович Есенин, (1895 – San Pietroburgo, 28 dicembre 1925), poeta russo. Bellissimo, ribelle, amante dell’alcol e della vita, visse nel periodo della rivoluzione che presto lo deluse. La sua vita fu molto disordinata e notevolmente "sregolata", divenne un mito, un eroe maledetto già da vivo, ma ancora più dopo la sua morte per suicidio all’età di 30 anni. Bellissimo, bisessuale, ebbe molti amanti sia uomini che donne, fu marito di Isadora Duncanla celebre ballerina americana, erano una delle coppie più famose del tempo, si separarono dopo pochi anni, nel 1923. Il suicidio arriva il 28 dicembre 1925, a San Pietroburgo. Presso l’Hotel Angleterre, nella stanza numero 5, fu ritrovato il cadavere di Sergej, appeso a un tubo, impiccato. Il giorno prima aveva consegnato una poesia scritta col suo sangue all’amico Erlich.
 
 

poesia scritta da Esenin il giorno prima del suicidio

Ecco il testo: «Arrivederci, amico mio, arrivederci. Mio caro, sei nel mio cuore. Questa partenza predestinata Promette che ci incontreremo ancora. Arrivederci, amico mio, senza mano, senza parola Nessun dolore e nessuna tristezza dei sopraccigli. In questa vita, morire non è una novità, ma, di certo, non lo è nemmeno vivere»
Qualche giorno dopo il poeta Majakovskij risponde alla poesia suicida di Esenin con un’altra poesia in cui invita a lottare e impegnarsi nella vita, in questa vita e terminava con questi versi:
 
«In questa vita
non è difficile
morire.
Vivere
è di gran lunga più difficile».
 
Nel 1930 anche lui si suiciderà o, forse, verrà suicidato .... ma questa è un’altra storia .... Come Esenin anche lui lasciò una poesia intitolata: "L’ incidente e’ chiuso non fate pettegolezzi": «Della mia morte non incolpate nessuno e, per favore, non fate pettegolezzi. Il defunto non li poteva soffrire. Mamma, sorelle, e compagni, scusatemi: questa non e’ una soluzione (non la consiglio a nessuno), ma non ho vie d’ uscita. Lili, amami. Nel mio cassetto ci sono duemila rubli: pagate le tasse. Come suol dirsi, l’ incidente e’ chiuso. La barca dell’ amore si e’ spezzata contro la vita quotidiana. Tra la vita e me i conti tornano. Inutile fare l’ elenco dei dolori, guai e torti reciproci. Buona permanenza». Vladimir Majakovskij scrive queste parole il 12 aprile 1930. Due giorni dopo, alle 10:15 della mattina si ucciderà sparandosi un colpo di pistola al cuore.
La morte di Esenin lascia molti dubbi, un’altra storia può essere raccontata, osservando il suo cadevere, le incongruenze della versione ufficiale del suicidio, c’è chi ritiene quella di Esenin un’esecuzione del servizio segreto sovietico di allora la GPU. La mano di Esenin fu trovata in una posizione  innaturale, come avesse cercato di sollevarsi per non morire strozzato; il laccio interno al collo non era stretto, come risulta dal verbale della polizia, l’autopsia rivelerà che la spina dorsale era spezzata. Forse fu ucciso ... chi volesse saperne di più sul suicidio-omicidio di Esenin può leggersi questa ricostruzione storica molto particolareggiata nel sito di Massimo Rossi
 
ll cadavere di Esenin fotografato poche ore dopo la sua morte 

Per capire chi era Esenin e farsi un’idea del suo modo di vivere, pensare e sentire, è sufficiente leggere il testo di una delle sue poesie più famose: "Confessioni di un malandrino". La poesia fu musicata e cantata da Angelo Branduardi nel lontano 1972. Le immagini tratte dal colossal "



Ecco il testo:

Mi piace spettinato camminare
il capo sulle spalle come un lume
e mi diverto a rischiarare
il vostro autunno senza piume.
Mi piace che mi grandini sul viso
la fitta sassaiola dell’ingiuria,
mi agguanto solo per sentirmi vivo
al guscio della mia capigliatura.

Ed in mente mi torna quello stagno
che le canne e il muschio hanno sommerso
ed i miei che non sanno di avere
un figlio che compone versi;
ma mi vogliono bene come ai campi
alla pelle ed alla pioggia di stagione,
raro sarà che chi mi offende scampi
alle punte del forcone.

Poveri genitori contadini,
certo siete invecchiati e ancor temete
il Signore del cielo e gli acquitrini,
genitori che mai non capirete
che oggi il vostro figliolo è diventato
il primo tra i poeti del Paese
e ora in scarpe verniciate
e col cilindro in testa egli cammina.

Ma sopravvive in lui la frenesia
di un vecchio mariuolo di campagna
e ad ogni insegna di macelleria
la vacca si inchina sua compagna.
E quando incontra un vetturino
gli torna in mente il suo concio natale
e vorrebbe la coda del ronzino
regger come strascico nuziale.

Voglio bene alla patria
benché afflitta di tronchi rugginosi
m’è caro il grugno sporco dei suini
e i rospi all’ombra sospirosi.
Son malato di infanzia e di ricordi
e di freschi crepuscoli d’Aprile,
sembra quasi che l’acero si curvi
per riscaldarsi e poi dormire.

Dal nido di quell’albero, le uova
per rubare, salivo fino in cima
ma sarà la sua chioma sempre nuova
e dura la sua scorza come prima;
e tu mio caro amico vecchio cane,
fioco e cieco ti ha reso la vecchiaia
e giri a coda bassa nel cortile
ignaro delle porte dei granai.

Mi sono cari i miei furti di monello
quando rubavo in casa un po’ di pane
e si mangiava come due fratelli
una briciola l’uomo ed una il cane.
Io non sono cambiato,
il cuore ed i pensieri son gli stessi,
sul tappeto magnifico dei versi
voglio dirvi qualcosa che vi tocchi.

Buona notte alla falce della luna
sì cheta mentre l’aria si fa bruna,
dalla finestra mia voglio gridare
contro il disco della luna.
La notte e` così tersa,
qui forse anche morire non fa male,
che importa se il mio spirito è perverso
e dal mio dorso penzola un fanale.

O Pegaso decrepito e bonario,
il tuo galoppo è ora senza scopo,
giunsi come un maestro solitario
e non canto e celebro che i topi.
Dalla mia testa come uva matura
gocciola il folle vino delle chiome,
voglio essere una gialla velatura
gonfia verso un paese senza nome.